TECNICA CHIRURGICA MININVASIVA ANTERIORE DELLA PROTESI D’ANCA: L’INCISIONE A PROVA DI “BIKINI”

A cura del Prof. Pierantonio Gardelin – Specialista in Ortopedia e Traumatologia – Columbus Clinic Center

Cosa è cambiato nel panorama della chirurgia protesica di anca?

«In questi ultimi anni, la protesica d’anca come intervento chirurgico ha raggiunto standard molto elevati, sia in termini di rischi durante l’intervento, sia in termini di recupero post intervento. Anche la durata dell’impianto, che una volta era mediamente valutata verso i 15 anni, grazie ai nuovi materiali, alle nuove conoscenze e alle nuove tecniche operatorie, si può ben presagire che il prossimo step di revisione (e quindi di sostituzione), si aggiri addirittura ai 30-40 anni, anche se vi sono dei fattori che purtroppo non si possono ignorare. Il chirurgo deve aver numerose accortezze durante l’intervento: non solo prestare attenzione a garantire la massima sicurezza in sala operatoria, ma anche essere il meno invasivi possibili (con un occhio di riguardo anche al lato estetico), senza dimenticare l’onnipresente possibilità di un fallimento dell’intervento stesso.

Per questo, la tecnica mininvasiva rappresenta un’alternativa valida per il paziente (soprattutto sportivo) per tante ragioni:

  • Garantisce un recupero veloce;
  • Risultato funzionale e visivo che soddisfi appieno le aspettative del paziente;
  • Riduce le complicanze come, ad esempio, infezioni (0,3% dei casi di protesi di anca e ginocchio soprattutto in quei pazienti che presentano fattori di rischio quali il diabete, obesità, immunodepressione, abuso di alcol o fumo di sigaretta) o traumi (cadute, rotture di femore) che potrebbero portare a un reintervento, quindi a un ulteriore stress per il paziente».

La tecnica AMIS (Anterior Minimally Invasive Surgery) ovvero chirurgia per via anteriore mininvasiva, a differenza della chirurgia tradizionale, la chirurgia per via anteriore si distingue per diversi vantaggi soprattutto per il paziente. Tra questi:

  • Mininvasività: il chirurgo accede all’articolazione danneggiata attraverso un piccolo taglio, senza ricorrere a un’aggressività muscolare e ossea.
  • Risparmio del tessuto muscolare: grazie all’utilizzo di questa via d’accesso si mantiene in sede la muscolatura originale in quanto si arriva all’articolazione per via smussa (cioè divaricando e non tagliando i muscoli), la via anteriore è la procedura che presenta percentuali basse di lussazione (<1%), cioè fuoriuscita della protesi dalla sede*.
  • Taglio osseo: attraverso questa procedura, viene impiantato, all’interno del femore uno stelo corto che è meno aggressivo a livello femorale e quindi – in una potenziale revisione futura – permetterà al chirurgo di beneficiare del precedente lavoro per impiantare una nuova protesi senza difficoltà».

 

Un’evoluzione a questa via d’accesso è la BIKINI. Perché questo nome?

«Un’ulteriore variante della anteriore per via smussa prevede un’incisione inguinale, quindi su un tratto cutaneo già preesistente (come quello, appunto, dell’inguine) e coperto, che rende la cicatrice meno visibile e facilmente nascondibile con il costume da bagno. Ed è proprio per questa caratteristica, che la tecnica prende il curioso nome di Bikini, molto apprezzata dalla popolazione femminile!

A livello di tipologia, vi sono però alcune controindicazioni per determinati soggetti: nella paziente obesa per non accrescere le difficoltà durante l’intervento, mentre nell’uomo perché, avendo massa muscolare più sviluppata, ci potrebbe essere un aumento delle complicanze perioperatorie portando il chirurgo a optare per un’incisione longitudinale classica, per via anteriore.

Questa variante, la Bikini, viene utilizzata solo da pochissimi chirurghi proprio per le difficoltà che l’intervento comporta».

 

Nel post operatorio, quali sono le indicazioni da seguire?

«A seguito di intervento con tecnica AMIS, è prevista la deambulazione con le stampelle per i primi giorni finché il paziente non ritrova la postura più corretta durante la camminata; successivamente, si procede con un carico totale sulla gamba operata senza nessun limite di mobilità dettato dal rischio di una possibile lussazione.

Nei momenti in cui si abbandonano le stampelle (nel giro di una settimana o di 20 giorni circa), il paziente se è in grado può riprendere a guidare. Per quanto riguarda l’attività sportiva, questa rappresenta uno dei motivi più frequenti per il quale operiamo i nostri pazienti: alcuni di loro, infatti, non si accontentano di essere operati solo per poter riprendere a camminare bene ma anche, e soprattutto, per ritornare a praticare le performance sportive di un tempo. Tanti sono i giovani sportivi (40-50 anni) che operiamo con la tecnica mininvasiva anche se, normalmente, il target di pazienti candidabili a questo tipo di intervento si aggirano intorno ai 65-70 anni. Io consiglio la tecnica AMIS anche ai soggetti più anziani: non solo perché vengono rimessi in piedi in prima giornata senza rischi, con l’ausilio di un fisioterapista, ma sfaterebbe quel mito per cui tecniche troppo innovative non possano essere applicate a pazienti over 70, a causa della loro avanzata età. Per quanto riguarda l’attività fisica, potenzialmente, il paziente è in grado di riprendere qualsiasi tipo di sport che preveda anche cambi di direzioni, salti, corsa, nuoto; è comunque consigliabile per preservare una maggior durata dell’impianto protesico negli anni evitare gli sport ad alto impatto (es. calcio, arti marziali) soprattutto se praticati in maniera agonistica».