L’ACUFENE

a cura di Giovanna Baracca, Medico chirurgo specialista in audiologia e foniatria – Columbus Clinic Center di Milano. 

Nel linguaggio clinico si chiamano acufeni, ma coloro che ne soffrono li definiscono solitamente sibili, fischi o ronzii. Compaiono gradualmente o all’improvviso in uno o in entrambe le orecchie, in assenza di rumori esterni. E non si spengono mai. Infatti, se l’esperienza del fischio occasionale avvertito in un orecchio è piuttosto comune, diverso è l’impatto della sua presenza ininterrotta, dal giorno alla notte, per mesi o per anni. In questo caso può diventare fortemente invasivo nella vita di una persona, alterando la capacità di concentrazione, il sonno, la possibilità di rilassarsi.

Secondo le più recenti ricerche, gli italiani con questo problema sono circa due milioni e mezzo. Le statistiche dicono che le fasce più colpite sono quelle degli over 50, ma è esperienza comune dei medici che si occupano di questi pazienti seguire un alto numero di giovani.

Il disagio forte che spinge il paziente dal medico sorge quando l’acufene altera la qualità della vita, attivando una specie di reazione a catena: più mi dà fastidio, più lo ascolto, più lo sento forte. L’aspetto psicologico del disturbo, infatti, ha un peso enorme e ne è, in un certo senso, complice. L’impossibilità di godere del silenzio appare come una condanna. Per molto tempo ai pazienti è stato detto che non esisteva una soluzione, aggravando in modo ulteriore a livello psicologico la percezione del disturbo. Falso. Le soluzioni ci sono!

Per comprendere la natura di questo sintomo, occorre prima di tutto puntualizzare che gli acufeni non sono tutti uguali. Non esiste un’unica vera causa scatenante e non sono quasi mai provocati da un evento unico: nella maggior parte di casi sono dovuti ad un insieme di cofattori. Un danno all’orecchio, anche minimo e clinicamente silente, può associarsi a disfunzioni posturali, ormonali, allergie ed intolleranze di varia natura, che concorrono alla persistenza fastidiosa del sintomo. L’acufene è la spia di una disfunzione: sta poi al medico cercare la causa, come in una caccia al tesoro, e da qui individuare i trattamenti appropriati.

Ma se le terapie per rimuovere la causa degli acufeni sono estremamente individualizzate, è pur vero che esiste un trattamento riabilitativo del disturbo da cui tutti possono trarre beneficio, e che può essere portato avanti parallelamente a quello che mira a curare la causa vera e propria, un trattamento riconosciuto e comprovato da molteplici studi scientifici effettuati su migliaia di pazienti.  Il riferimento è agli studi di PJ Jastreboff degli anni ’90, che hanno radicalmente cambiato l’approccio del medico agli acufeni, attraverso la messa a punto della Tinnitus Retraining Therapy, o semplicemente TRT.

La TRT mira a riabituare il cervello all’acufene, a ridurne o annullarne la percezione. Il principio da cui si parte è semplice. La parte inconscia del cervello, il sistema limbico, con un continuo lavoro di selezione, amplifica i suoni che sono registrati come “segnali di allarme” e mette in secondo piano gli altri. Il suono di un’ambulanza, per esempio, ci mette in allerta, mentre i rumori della strada mentre siamo in casa no. L’acufene viene talvolta interpretato dal cervello come un segnale di allarme e quindi amplificato. Ed è a questo punto che diventa invasivo.  La TRT sfrutta la plasticità del nostro cervello, in grado di adattarsi alle nuove situazioni: attraverso un counselling chiaro e preciso rivolto al paziente, seguito dalla terapia del suono, si riprogramma la percezione delle vie uditive, contrastando l’attenzione posta esclusivamente sull’acufene. L’acufene viene reinterpretato dal cervello, come un suono neutro, a cui non dare importanza. La TRT, quindi, non rimuove l’acufene, ma in un certo senso lo neutralizza, attraverso un apprendimento che rimane stabile per anni. Il paziente a questo punto, in un’alta percentuale di casi, riferisce al medico che l’acufene nella sua vita non è più un problema.